Cesare Pozzi

 

 

La mia guerra

per immagini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La storia della mia guerra per immagini è

dedicata al caro amico Flavio Pianetta che ha

chiuso la sua vita a Caminata, in Val Tidone,

nel cui cimitero è sepolto.

Dal primo giorno in cui fummo chiamati alle armi,

i primi d’aprile 1935, fino al giorno in cui lo lasciai

ad El Alamein il 26 ottobre 1943, abbiamo sempre diviso la pagnotta,

la paura, la scalogna e la fortuna.

Di carattere timido, Flavio aveva un grande bisogno di un amico,

che considerava un rifugio durante i suoi immancabili momenti di sconforto.

Rifugio, ne sono certo, che non gli ho mai lasciato mancare

sino alla fine dei suoi giorni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fronte francese

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

No, non è un assalto, non ci son mai andato; è l’armamentario in caso succedesse.

Di tutti gli aggeggi che ho addosso l’unico che mi è stato utile è la baionetta con la quale si aprivano le scatolette di carne. Qui sono a Ponteranica (BG) il 26 luglio 1936.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al soldato italiano niente calze!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

10 giugno 1940, Dichiarazione di guerra alla Francia e all’Inghilterra - 21 giugno, Offensiva - 24 giugno, Armistizio - 28 giugno, Entro in Francia, fronte del Moncenisio - 2 agosto 1940, nella foto sono sulla strada tra Lanslebourg e Lanslevillard in una buca causata dalla nostra artiglieria.

 

 

A Lanslevillard, 3 agosto 1940

Con la stazione radio RF3 in collegamento con il Comando di Compagnia.

 

 

 

Lanslevillard, 4 agosto 1940

Nel torrente con Flavio Pianetta per la pulizia del mattino.

 

 

 

Lanslebourg, 4 agosto 1940

La massa dei soldati allo spettacolo per le Forze Armate.

 

 

 

Lanslevillard, 24 agosto 1940

Con la custodia della macchina fotografica nascondo il numero uno ai km 10

dalla nostra frontiera dato che si era spostata di altrettanti chilometri.

 

 

 

Lanslevillard, primi di settembre 1940

Il ponte sull’Arc ricostruito. Si legge ancora: “Viva l’Italia Imperiale”. Dopo l’inaugurazione, ai quattro lati dei parapetti, i relativi fasci littori sono spariti nella notte ed al loro posto un cartello con la scritta: “Italiani, grazie per il ponte, ma per questi no!”

 

 

 

Lanslevillard, agosto 1940

Panoramica. Rocciatore a poca altezza.

 

 

 

Lanslevillard, agosto 1940

Sul motocarro di Angelo Giovanetti: Paolo Montemartini, Giovanetti, io e Flavio Pianetta.

 

 

 

Sulla strada tra Lanslebourg e Lanslevillard, agosto 1940

Sotto il cartello indicazioni stradali: il Siciliano, Pianetta, Casella, Montemartini ed io.

 

 

Lanslevillard, agosto 1940

Sul ponte nuovo sull’Arc costruito dal Genio Pontieri: io, Pianetta, Casella e Montemartini.

 

 

 

Lanslevillard, agosto 1940

Con l’elettricista Casella stiamo riparando l’impianto elettrico del paese, danneggiato dalla guerra.

 

 

 

Lanslevillard, agosto 1940

Sono su un palo per la riparazione dell’impianto elettrico del paese.

 

 

 

Lanslebourg, agosto 1940

Davanti al pullman in servizio: Casella, Montemartini, il Siciliano,

io (mentre leggo il cartello) e Pianetta.

 

 

 

Lanslevillard, agosto 1940

Su una roccia sotto il sole. In basso a destra l’Arc, sullo sfondo in alto il passo dell’Iseran.

 

 

 

Lanslebourg, 24 agosto 1940

Con Paolo Montemartini e una panoramica del paese.

 

 

 

Lanslevillard, 25 agosto 1940

Con una mitraglia io, Montemartini, e Pianetta cerchiamo in cielo quello che non c’è.

 

 

 

Lanslevillard, 3 settembre 1940

Davanti alla baita che ci ospitava, il Gruppo della 59ª Compagnia del Genio.

Il primo a sinistra è Paolo Montemartini, Giuseppe Casella è intento a leggere il giornale,

Flavio Pianetta, seduto, gioca con me alla “morra”.

 

 

 

Lanslevillard, 3 settembre 1940

Con Casella e la vecchia proprietaria della baita, Bonsjean Therese, che ci portava tutte le notizie del paese. In compenso noi la fornivamo di quello che ci avanzava.

 

 

 

Lanslevillard, 16 settembre 1940

Con Pianetta mi contendo la palla mentre Montemartini, ed è il caso di dirlo,

è veramente in porta… della baita.

 

 

 

Lanslevillard, 16 settembre 1940

Con Casella, Pianetta e Montemartini una partita a scopa.

 

 

 

Lanslevillard, 16 settembre 1940

Davanti ai covoni di segale. A Pianetta dà fastidio il solletico sul collo

mentre Casella assiste divertito.

 

 

 

Lanslevillard, 16 settembre 1940

Con la solita mitragliatrice degli alpini, in posa per un ricordo fotografico e niente più.

 

 

 

Lanslevillard, 16 settembre 1940

Momenti di riposo in un prato con le mucche al pascolo.

 

 

 

Lanslevillard, 20 settembre 1940

Davanti al monumento ai caduti della Guerra 1914-1918,

con Montemartini ed un Carabiniere in tenuta da guerra.

 

 

 

Settembre 1940

Nei momenti liberi in lettura su una roccia al cospetto della valle.

 

 

 

Settembre 1940

Qui, invece, a caccia con il moschetto, ma solo per ammazzare il tempo.

 

 

 

Settembre 1940

Nei dintorni del paese con due bambini per familiarizzare e per masticare meglio la loro lingua.

 

 

 

 

20 settembre 1940

Sulla sponda dell’Arc il cartello stradale, a 25 km da Modane.

 

 

 

È il 21 settembre, con Covini e Casella su ponte opera del nostro Genio Pontieri

nei pressi di Lanslebourg.

 

 

 

22 settembre 1940

Al rientro in Italia sul lago del Moncenisio.

 

 

 

In marcia sulle rampe del Moncenisio, si rientra in Italia.

 

 

 

Grugliasco, Natale 1940

Per il paese ancora senza neve. Sono in alto con Casella. Le tre facce sotto sono: Patri, Cignoli e Poggi poi, da sinistra: Pianetta, Bernini e Bertè. Accosciati: Gabetta, Poggi II e Monti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È un carro ferroviario per il trasporto del bestiame, infatti spicca la scritta: “CAVALLI 8 UOMINI 40”.

È su questi carri che viaggiava la truppa perché, per gli ufficiali, erano agganciati carri di I e II classe.

Ed in 40 partimmo la sera del 31 dicembre 1940, per arrivare a Napoli la sera del 2 gennaio 1941.

I servizi igienici erano a terra, quando il treno si fermava.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fronte libico-egiziano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Piroscafo ESPERIA – Colata a picco il 20 agosto 1941

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Così attrezzato, con il casco e gli occhiali per la foto (in pratica si mettevano raramente).

Al casco si preferiva la “bustina”,  in quanto agli occhiali

si usavano quelli presi al nemico, più comodi e più sicuri.

 

 

 

 

 

 

Partiti la sera di S. Silvestro 1940.  A Napoli sosta 10 giorni e imbarco sulla motonave Esperia.

Qui è l’Esperia carica di truppe in sosta per due giorni in porto a disposizione dei bombardieri inglesi. Partenza il 12 gennaio 1941.

 

 

 

Alba del 13 gennaio 1941 nel Canale di Sicilia.

 

 

 

Nei pressi di Capo Bon, in viaggio per Tripoli il 13 gennaio 1941.

Pianetta, io, Poggi e accosciato, Montagna. Tutti con il salvagente al collo e senza scarpe.

 

 

 

Canale di Sicilia, 13 gennaio 1941

Seguono l’Esperia le navi Conte Rosso, Marco Polo e, più dietro, il Calitea.

 

 

 

Alla fonda per lo sbarco nel porto di Tripoli il 14 gennaio 1941.

Il cacciatorpediniere Danoli che, con altri tre, ci ha scortato durante il viaggio.

 

 

 

Alla fonda nel porto di Tripoli il 14 gennaio 1941.

Si scende dall’Esperia.

 

 

 

Tripoli, 14 gennaio 1941

Non essendoci il fondale profondo, su raggiunge la riva su un barcone.

 

 

 

Tripoli, pomeriggio del 14 gennaio 1941, come ci apparve dalla nave alla fonda.

 

 

 

Tripoli, 22 gennaio 1941. Accampati a Bosco Littorio, alla periferia della città.

Io sono il secondo da sinistra, poi Pianetta a destra con il bastone, Casella.

Davanti al gruppo, bambini arabi.

 

 

 

Tripoli, 19 gennaio 1941

Con Pianetta, che è seduto, su una panchina del lungomare.

 

 

 

Tripoli, 19 gennaio 1941

Con Casella sul lungomare, davanti al palazzo del Governatore che allora era Italo Balbo.

 

 

 

29 gennaio 1941

Partenza per il fronte, allora in Cirenaica. Qui i nostri camion sostano sulla piazza di Homs.

 

 

 

Homs, 29 gennaio 1941

In un momento di relax durante il viaggio verso gli Inglesi che,

oltrepassato Tobruch, avanzano verso Bengasi. Con me: Casella, Valle e Forti.

 

 

 

29 gennaio 1941

Tappa a Leptis Magna per una visita alle rovine di quella che fu una città romana.

 

 

 

29 gennaio 1941

Sempre a Leptis Magna, nell’interno tra archi e colonne dell’antica Roma.

 

 

 

29 gennaio 1941

Il villaggio di Buerat sulla litoranea, la strada che, dal confine con la Tunisia, porta al confine egiziano, 1800 km circa e che, dopo l’abbattimento dell’aereo di Balbo, il 28 giugno 1940,

è stata chiamata “Via Balbia”.

 

 

 

29 gennaio 1941

Tappa a Sirte, che ha dato il nome a quel grande golfo in cui il Mediterraneo si spinge più a sud. Quella che si vede e una casa cantoniera. Sulla litoranea ve ne sono una ogni 50 km circa.

 

 

 

Raggiunta Agedabia, la sera del 30 gennaio 1941, il mattino dopo inizia la ritirata.

Ritorno a Tripoli ed accantonamento a Miani, una caserma di periferia.

Siamo nel cortile il 15 Febbraio 1941. Da sinistra: Bertè, io, Casella, Montagna, Pianetta e Poggi. Seduti: Valle, Cignoli, Usardi e Calabroni.

 

 

 

Sempre a Miani, in una specie di rifugio antiaereo, il 21 febbraio 1941.

Il primo è Pianetta, poi ci sono io, Valle con la bustina e Bertè.

 

 

 

È il 16 marzo del 1941, ritorno al fronte. Una sosta a Misurata su un carro armato M13.

Sulla canna del cannone vi è Dellanoce, io sono il primo a destra con la barba.

Vicino a me Bertè, poi Pianetta seduto. Sempre verso sinistra: Gabetta, Calatroni e Masala.

 

 

 

Ne pressi di Nufilia il 19 marzo 1941.

Il ponte, distrutto dai bombardamenti inglesi, interrompe la Via Balbia, perciò deviazione nel uadi sottostante. L’uadi è un fiume secco, lungo magari centinaia di chilometri.

 

 

 

Qui è uno dei nostri camion nel deserto sirtico. I cespugli che si vedono sono secchi, non si sa quando sono nati e cresciuti, ma costituiscono sempre un magro pasto per i cammelli.

Siamo ai primi di aprile del ’41.

 

 

 

8 aprile 1941. Tra i carri armati a Marsa Brega, un paesino in fondo al Golfo della Sirte.

Diventerà il porto principale della Libia, dove affluiranno gli oleodotti per rifornire le petroliere.

Da destra a sinistra: Pianetta, Poggi, io, Cignoli, Tamagnini e Bertè.

Sopra, il secondo da sinistra è Macnic.

 

 

 

3 aprile 1941. Siamo a 65 km dal bivio per Nufilia.

È il nostro camion per lo spaccio dove si potevano acquistare liquori e scatolame vario.

Quello che mi sta servendo è Gioia di Stradella, lo spaccista.

 

 

 

Aprile 1941. L’Arco dei Fileni.

Fatto erigere da Mussolini al confine fra Tripolitania e Cirenaica. Abbattuto da Gheddafi.

Vi passa sotto la Via Balbia. In primo piano un cimitero tedesco.

 

 

 

11 aprile 1941. A Marsa Brega, paesino sul mare in fondo al Golfo della Sirte.

Da sinistra: un tedesco, Macnic, un altro tedesco, io e Sigfrido Gnassi di Rimini.

 

 

 

Aprile 1941. Agedabia, paesino dell’interno vicino a Marsa Brega.

L’effetto di un bombardamento inglese sulle case che si affacciano sulla piazza dove le autobotti attingevano l’acqua dolce da un pozzo.

 

 

 

Aprile 1941. Sempre ad Agedabia.

Si scorgono alcuni carri armati M13 della “Divisione Ariete”.

 

 

 

27 aprile 1941. Siamo nei pressi di una casa cantoniera a 17 km dal villaggio Berta.

Da sinistra: Panzarasa, Macnic, Casella, Montagna, Gnassi, Bertè, io e Gioia.

In primo piano vi è anche un cane, caso raro allora in Libia.

 

 

 

30 novembre 1941. La località è “Zavia Mrassa”, sono con un cammello libero nel deserto.

Da notare i cespugli di erbacce sempre secchi.

 

 

 

Siamo in dicembre del 1941. È una scena della seconda ritirata. In primo piano un carro armato leggero, chiamato dai soldati: “Scatola di sardine”. Seguono, a distanza, automezzi con la truppa.

 

 

 

Aprile 1941.

A pranzo con gli amici in un locale di una cantoniera a 17 km dal villaggio “Giovanni Berta”.

Si notano, appese alla parete, le colombaie per i piccioni viaggiatori.

 

 

 

Il 27 aprile 1941 nelle vicinanze della casa cantoniera a 17 km da “Berta”.

Sono con Giuseppe Casella (seduto) e Domenico Gioia, ambedue di Stradella.

Io, con il fucile e tanto di barba.

 

 

 

È il 13 giugno 1941, un giorno prima del mio 27° compleanno.

Sulla spiaggia, nei pressi del Golfo di “Bomba”, sono in mezzo a due amici che stanno

osservando una mina subacquea, gettata dal mare sulla spiaggia senza che esplodesse.

 

 

 

Al 13 giugno 1941, anche una foto dell’orchestra di finti strumenti per divertirci. Si suonava un po’ con la bocca ed un po’ picchiando sulle assi e sui coperchi delle pentole. Casella, in piedi, suonava il violino; Gioia è al pianoforte; io sono alla batteria. Si notano: il Cap. Zaccagnini, dietro di me con la bustina, alla sua destra Macnic, seduto a destra il dott. Ravicino di Robbio.

 

 

 

Golfo di Bomba, 21 giugno 1941. Si seppellisce un cadavere che una tempesta ha buttato sulla spiaggia. Io ho la testa sulla pala, Gioia butta dentro il corpo.

 

 

 

È il 21 luglio 1941, siamo a Beit Hamer, una località della Cirenaica. Il primo è Masala, un sardo; poi Poggi, Bertè, io e Pianetta. Ai piedi di Poggi vi è una tanica di ferro per l’acqua, l’avevano solo i tedeschi ma, dopo un mese, anche noi - ovviamente venivano fregate.

 

 

 

23 luglio 1941, a Beit Hamer. Qui sono con Pierino Bertè, a sinistra, montuese di Costa Montefedele, con il quale ho diviso molto tempo con la stazione radio RF3. Andava a prendere il rancio a 100 metri lungo i quali aveva fatto quattro buche per ripararsi in caso di mitragliamenti.

 

 

 

A Beit Hamer il 25 luglio 1941 passarono alcuni amici, eccoli con noi. In piedi da sinistra: Corolli, Pianetta, io, Casella e Bertè. Seduti: Masala, Pessina di S. Maria Versa e Crivello di Cossato.

 

 

 

Beit Hamer, 25 luglio 1941. Noi della Valle Versa: io, Casella di Stradella, Corolli di Guascona di Montù e Pessina di Begoglio di S. Maria Versa.

 

 

 

Beit Hamer, 25 luglio 1941. I tre montuesi: io, a destra, con Corolli a sinistra e Bertè in centro.

 

 

 

Beit Hamer, 25 luglio 1941.

58 kg di peso, seduto su un muricciolo.

 

 

 

È il 26 luglio 1941 e sono di capoposto all’ingresso dell’accampamento.

A sinistra è visibile il cartello: “113° MARCONISTI COMANDO”.

 

 

ù

 

Beit Hamer, 27 luglio 1941

Una lettera per casa, che normalmente verrà censurata.

Quindi niente notizie interessanti.

 

 

 

Beit Hamer, 27 luglio 1941

La lettera nelle cassetta della posta, sperando che vada a destinazione.

L’amico Pierino Bertè legge.

 

 

 

Beit Hamer, 27 luglio 1941

I libici, con i loro animali all’abbeverata, al pozzo d’acqua salmastra.

 

 

 

Beit Hamer, 27 luglio 1941

E noi al pozzo per la pulizia personale.

Peppino Casella vuota l’acqua a me ed a Flavio Pianetta.

 

 

 

Luglio 1941

Il 65° Battaglione al lavoro per costruire una linea telefonica permanente intorno a Tobruk,

sulla pista chiamata “Strada dell’Asse” e aggirante il paese ancora nelle mani degli inglesi.

 

 

 

Un bagno in mare a 10 km da Derna il 25 luglio 1941

Al centro il tenente Rondelli ha alla destra Della noce,

seduto a destra Pianetta, in alto, tutto a destra, la mia faccia.

 

 

 

Beit Hamer, 31 luglio 1941

Gioco alla morra con Calatroni mentre Casella (seduto) e Bertè (in piedi), giudicano.

 

 

 

Beit Hamer, ferragosto 1941

L’orchestrina della 113ª Compagnia Marconisti – Casella è a sinistra con il violino- io a destra con la batteria mentre canto al microfono con Dalla noce e, alla mia destra, Pianetta con la chitarra.

Ovviamente gli strumenti erano tutti finti.

 

 

 

Nell’oasi di Hum er Zem il 17 agosto 1941 mentre leggo,

appoggiato ad una palma, una lettera certamente giunta da casa.

 

 

 

Sempre nell’oasi di Hum er Zem il 18 agosto 1941

Con Flavio Pianetta a raccogliere datteri.

 

 

 

Al Bivio Acroma il 24 agosto 1941

Io sono sulla sinistra con il casco, Casella al centro con i capelli al vento,

seduto a destra il dott. Ravicino di Robbio Lomellina.

 

 

 

A Zavia Mrassas il 17 novembre 1941 con un camaleonte sul braccio.

 

 

 

Zavia Mrassas, 17 novembre 1941

Sul braccio sinistro, ora, ho anche una tartarughina.

 

 

 

Zavia Mrassas, 22 novembre 1941

Di turno in cucina per preparare la solita “sboba”.

 

 

 

Zavia Mrassas, 24 novembre 1941

Al radiogoniometro in cerca di emittenti del nemico.

 

 

 

Zavia Mrassas, 29 novembre 1941

Si tratta di un germano (un’anatra selvatica) che ho ucciso con un fortunato colpo di moschetto.

 

 

 

Golfo di Bomba, 13 giugno 1941 il giorno prima del mio compleanno.

Siamo sul cannone costiero, Sono quello seduto sopra.

 

 

 

Dicembre 1941

La colonna degli automezzi sulla Via Balbia, seconda ritirata.

 

 

 

Dicembre 1941. Seconda ritirata.

El Coefia in fiamme.

 

 

 

Dicembre 1941. Seconda ritirata.

Uno scorcio di Derna. Palme e il muro oltre il quale: il deserto.

 

 

 

Dicembre 1941. Seconda ritirata.

Derna evacuata, in fiamme i magazzini della sussistenza.

 

 

 

Dicembre 1941. Seconda ritirata.

Il cimitero degli automezzi nei pressi di Derna.

 

 

 

Dicembre 1941

Il nostro Fiat 34, pilotato da Cerutti,centrato da una bomba e abbandonato.

 

 

 

Dicembre 1941, Agedabia

Uno scorcio della piazza dove Teresio Gabetta, di Pinarolo Po, fu colpito da una scheggia durante un bombardamento. Dopo l’amputazione di una gamba decedeva a S.Maria Capua Vetere.

 

 

 

1° gennaio 1942, tra Agedabia e Marsa Brega. Una foto ricordo del capodanno 1942.

Da sinistra in piedi: Forti, Monti, io, Casella, il Sergente Zummo.

Seduti: Cravello e altri due sconosciuti.

 

 

 

Gennaio 1942

La ritirata in un momento di sosta sulla Via Balbia, la strada litoranea, a passo El Faia.

 

 

 

Gennaio 1942

Il Generale Rommel in un uadi (un fiume in secca) nei pressi di El Agheila.

 

 

 

El Agheila, gennaio 1942

Lo Stato Maggiore del Gen. Rommel (l’ultimo a destra che parla con il Gen.Navarrini)

poco prima di sferrare l’attacco del 21 gennaio che ci porterà sino ad El Alamein.

Attacco sferrato in seguito ad un marconigramma inglese che io stesso ho intercettato.

 

 

 

Febbraio 1942

3ª avanzata scattata il 21 gennaio a seguito marconigramma intercettato che dava tutte

le forze del nemico e la loro posizione, marconigramma trasmesso in convenzionale.

 

 

 

Una “Cicogna” in volo.

Aereo da ricognizione tedesco a bassa velocità.

Con un vento contrario di 60 km l’ora poteva stare fermo.

 

 

 

Il nostro aereo Breda G50, l’ultima generazione.

 

 

 

Uno “Hurricane” inglese abbattuto nei pressi di Agedabia.

 

 

 

23 aprile 1942

Un camion di prigionieri inglesi.

 

 

 

23 aprile 1942

Un altro camion di prigionieri inglesi, indiani, australiani e sudafricani.

 

 

 

25 aprile 1942

Tanica per l’acqua, gavetta per la sboba, moschetto per la caccia e il posto di lavoro sotto la tenda.

 

 

 

25 aprile 1942

Al lavoro per intercettare le stazioni radio del nemico.

 

 

 

Maggio 1942

In avanzata nei pressi di Sullum.

 

 

 

Maggio 1942

Bardia Bassa, sul mare, vista dal ciglione (altopiano) sovrastante.

 

 

 

Maggio 1942 - Aereo tedesco M109 abbattuto a sud di Tmimi.

Il pilota è riuscito ad atterrare senza carrello e ad allontanarsi prima che l’aereo si incendiasse.

 

 

 

Il decollo di un nostro caccia CR42 (quelli della guerra 1915-1918)

dal campo d’aviazione di Agedabia.

 

 

 

Un nostro caccia Breda atterrato dopo un combattimento.

Sono visibili i fori delle pallottole.

 

 

 

Un Messerschmitt 110 tedesco sul campo di Agedabia.

 

 

 

Due Junker 88 (aerei da trasporto tedeschi) in volo.

Trasportavano il materiale dalla Germania alla Libia, agganciando anche due rimorchi.

 

 

 

La “Cicogna” tedesca sul campo di Agedabia.

 

 

 

Aereo tedesco “Stukas” da bombardamento in picchiata, sul campo di Agedabia.

L’aereo portava una sola bomba che veniva sganciata dopo una picchiata sull’obiettivo.

Noi, che non volevamo usare parole straniere, l’avevamo battezzato “Picchiatello”.

 

 

 

Un nostro trimotore da bombardamento S81.

Veniva chiamato dalla truppa “Il gobbo”. Sempre sul campo di Agedabia.

 

 

 

Ras Saquiq, 23 agosto 1942

Il nostro gruppo attorno alla cucina che, come si vede, sono bidoni opportunamente tagliati.

Il primo a sinistra è Pianetta, Bertè è al centro, io il terzo da destra con il bastone.

 

 

 

Agosto 1942 la tenda dove si lavorava.

Gli inglesi avevano automezzi attrezzati, il motore produceva la corrente e, stando dentro,

alzavano l’antenna a cannocchiale e si spostavano, incuranti del Ghibli.

 

 

 

Un cannone da 88 tedesco, trainato da un cingolato, sparava in piano e contro aerei.

 

 

 

Donne arabe di El Alamein, località della nostra massima avanzata da dove,

l’offensiva sferrata il 23 ottobre 1942, finiva il 25 aprile 1945 a Milano.

 

 

 

Sidi Ramman, ottobre 1942

Località nei pressi di El Alamein da dove, il 23 ottobre 1942, sono partito per rimpatriare.

Viaggio con mezzi di fortuna, finito a Montù Beccaria la sera del 2 novembre 1942.

Qui vediamo un cannone da 176mm.

 

 

 

 

 

 

 

L’Arco dei Fileni, fatto erigere da Mussolini tra la Tripolitania e la Cirenaica.

Per la sua altezza spiccava in lontananza nel deserto.

In alto spiccava la scrittaAlme Sol, possis nihil urbe Roma visere maius”

“Tu non vedrai NESSUNA COSA AL Mondo MAGGIOR DI ROMA”.

A fine guerra il re della Libia l’aveva fatta tradurre in arabo.

Gheddafi, al potere dopo il colpo di Stato, lo fece radere al suolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fronte interno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tranne chi aveva un parente stretto, e qui intendo soprattutto le madri ed i padri,

gli altri non sapevano cosa fosse la guerra, tanto erano intenti a divertirsi ma, ancor di più, a far soldi.

E la possibilità gliela offriva la cosiddetta “borsa nera” cioè: comprare generi per cui vi era la tessera,

che ne assegnava una quantità insufficiente, per rivenderli a prezzo triplicato.

Qui sono a Torino con la divisa pulita e stirata sulla quale spiccano i gradi

ed il distintivo di Capo Marconista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Favria, 8 marzo 1943

Sergente d’ispezione all’ingresso della caserma del distaccamento del I Reggimento Genio di Torino.

 

 

 

Favria, 16 marzo 1943

La Guardia schierata all’ingresso della caserma.

 

 

 

Valperga marzo 1943

Con un gruppo di sottufficiali del distaccamento di Favria.

In centro Dabizzi, io sono coricato a destra con sopra la testa di Stefanopoli.

 

 

 

Favria, 9 aprile 1943

Sono con il tenente Eraldo Moiso che, appena mi ha visto, è corso al Reggimento per farmi mandare in Sardegna. Ma in Sardegna il Cap. Zaccagnini ha mandato lui e, da allora, non si è visto più.

 

 

 

Favria, 18 maggio 1943

Nel parco della caserma mentre tento di aprire la bocca del leone

 

 

 

Favria, 4 maggio 1994

50 anni dopo nello stesso parco, ora giardino pubblico, con il leone sempre con la bocca aperta.

Sullo sfondo la caserma, ora municipio.

 

 

 

Favria, 19 maggio 1943

La chiesa vista dalla finestra della “sala di rigore” dove ero stato imprigionato per 15 giorni.

 

 

 

Favria, 26 maggio 1943

Istruttore delle reclute appena arrivate: “Come si deve salutare un superiore”.

 

 

 

Favria, 29 maggio 1943

La partita di calcio.

Prima: la squadra con gli ufficiali, al centro il Ten. Moiso.

Io sono il secondo da destra, con la “pelata”.

 

 

 

Favria, 29 maggio 1943

Durante la partita contro il 3° Plotone, vinta per 2 a 0.

Il tiro di una punizione, io sono alle spalle di chi tira.

 

 

 

Favria, 29 maggio 1943

La partita di calcio.

Dopo: il gruppo del 4° Plotone, vincitore per 2 a 0..

Sono l’ultimo a destra in prima fila, sfinito e con la lingua fuori.

 

 

 

Favria, 30 maggio 1943

In partenza per Rivarolo Canavese, una cittadina a 2 km.

 

 

 

Favria, luglio 1943

Nel parco della caserma in atto di sottomissione al padrone: “Il Superiore”.

 

 

 

Rivarolo Canavese, 10 luglio1943

Di ronda sulle rive del fiume Orco per sorprendere i soldati ai quali era proibito fare il bagno.

Per essere in sintonia con loro, siamo di ronda in costume da bagno,

con i gradi dipinti col carbone sulle cosce.

 

 

 

Ivrea, 21 luglio 1943

Come intercettatore inviato a caccia di inglesi paracadutati nella zona e,

continuando nella mia opera di lavativo, intercetto dormendo sulle rive della  Dora.

 

 

 

Ivrea, 21 luglio 1943

Sempre a caccia dei paracadutisti inglesi, li cerco nel pozzo della villa

adibita a scuola femminile delle Suore Benedettine.

 

 

 

Torino, 28 agosto 1943

Con un mio collega nella caserma del 1° Reggimento Genio di Corso Stupinigi 100.

Dopo un tremendo bombardamento si noti la caserma sventrata a metà.

 

 

 

Torino, 29 agosto 1943

Sono con Giuseppe Bernardini, un caro amico, anche lui di Montù Beccaria.

Alle spalle ancora la caserma sventrata dal bombardamento.

Purtroppo sotto le macerie perirono cinque soldati.

 

 

 

Torino, 29 agosto 1943

Qui sono nella caserma del 91° Reggimento Fanteria, vicina a quella del Genio.

Sono seduto su una bomba con Renzo Colombi, alla mia sinistra, e Quaroni Giuseppe, alla mia destra.

Entrambi furono miei partigiani. Colombi finì prigioniero in Germania.

Quaroni, catturato, fu fucilato a Cigognola il 19/12/1944.

 

 

 

Torino, 5 settembre 1943

Questa è l’ultima fotografia fatta poiché l’8 settembre era a tre giorni.

Si tratta del collega Dabizzi con il quale dividevo la stanza.

All’8 ebbe paura di non farcela a fuggire, dimenticandosi che io ero il re delle fughe,

così lo portai fuori dalla caserma, in libertà.

 

 

 

 

 

 

 

 Il 9 Settembre al mattino, verso le otto, esco dalla caserma di Corso Stupinigi N° 100,

parzialmente distrutta dai bombardamenti degli ex nemici e,

in bicicletta, vado a Porta Palazzo dove, nella caserma dei pompieri,

aveva sede la scuola per marconiste, 25 ragazze,

alle quali io insegnavo trasmissione e ricezione in alfabeto Morse.

Appena fuori incrocio un carrozzone con a bordo una decina di tedeschi;

mi puntano i fucili intimandomi l’ALT.

Rallento e arrivo all’altezza dell’autista quando, all’improvviso,

la loro attenzione e i fucili si rivolgono ad altra parte,

così io proseguo pigiando sui pedali.

Era successo che dietro di me era uscito dalla caserma, un altro sergente

con una voluminosa busta gialla sotto il braccio. Bloccarono lui e la sua busta.

Alla scuola marconiste, smobilitazione.

In caserma, dove tornai per la mensa, c’erano agitazione e disorientamento

 Avevano rafforzate le sentinelle e assolutamente proibito di uscire.

Con uno stratagemma riuscii ad aprire la porta carraia e a scappare,

mi seguirono in una cinquantina.

La sera mi feci aprire dalla sentinella e rientrai.

Contro l’ordine del colonnello Vaudagna, che voleva attendessimo

i tedeschi per consegnare loro la caserma

(tale poi fu la mia dichiarazione quando, dopo la guerra,

fui chiamato al distretto di Tortona perché dichiarassi cosa feci all’otto Settembre),

arringai i rimanenti, oltre un centinaio, dicendo loro di non fidarsi dei tedeschi e,

 facendo una scala con i sacchetti di sabbia che erano in caserma,

scavalcammo il muro posteriore, opposto all’entrata.

Saltando in Corso Galileo Ferraris provai una strana sensazione, ero libero?

Mi sentii sì padrone di ogni mia azione, ma avevo sempre una divisa addosso

che nessuno mi aveva autorizzato a togliere.

Tenni la divisa anche il giorno dopo per Torino, la svestii la sera da Ernesto Pollini,

un montuese e caro amico presso il quale avevo il mio rifugio.

I tedeschi erano stati attaccati dai civili in Piazza Castello.

Fischiati in Via Nizza, avevano sparato sulla gente al bar Rosa,

vicino alla stazione di Porta Nuova, uccidendo una persona e ferendone altre.

Presi il treno delle 18 per Stradella e, dopo varie peripezie, sempre a causa dei tedeschi,

sia in viaggio, sia a Voghera, sia a Stradella, arrivai a Montù.

Quando, a casa, andai a letto, albeggiava…